Il caffè brasiliano sta passando di mano
La fazenda che abbiamo comprato era in terapia intensiva, aveva bisogno di chemioterapia – sostiene Marcelo Urtado (agronomo), a proposito della terra che lui e sua moglie Paula Curiacos hanno rilevato nel 2016 a Monte Carmelo, nel Cerrado Mineiro in Brasile. Avevano pensato di estirpare tutto e ripiantare, ma hanno deciso di curarla.
Otto anni dopo quella piantagione è stata premiata come la fazenda più sostenibile del Brasile nella categoria piccole proprietà. Rende 54 sacchi per ettaro, contro una media brasiliana di 30,6.
A luglio ho guidato per IWCA Italia la terza buyer mission in Brasile. Dieci giorni nel Minas Gerais, nove tra piantagioni e cooperative, oltre duemila chilometri in macchina. Eravamo lì per costruire relazioni dirette con le produttrici. Leggi anche “Un viaggio in Brasile per la buyer mission 2026 di IWCA Italia”.
Sono tornato con un’osservazione che non cercavo: il caffè brasiliano sta passando di mano. E dove la mano che lo prende è quella di una figlia o di una moglie, insieme al nome cambia il modo di produrre.
La storia della fazenda Três Meninas
La storia delle Três Meninas comincia nella fazenda del padre di Marcelo, dove lui e Paula, veterinaria, lavorano tre stagioni dopo essersi conosciuti all’università. Provano a portarci dentro metodi più naturali. Non ci riescono.
Nel 2016 comprano una terra e la lavorano a modo loro, al cento per cento con metodi naturali, per nutrire il suolo e tenere a bada parassiti e funghi.
Il passaggio generazionale nel caffè viene raccontato sempre come una staffetta ordinata. Sul campo, però, somiglia sempre più spesso a uno scontro tra due generazioni diverse, che hanno idee incompatibili.
La fazenda si chiama Três Meninas, le tre bambine. Sono Paula e le figlie, Malu e Fernanda. Il nome dell’azienda è intestato a chi la erediterà, molto prima che ci sia qualcosa da ereditare.

I numeri che smontano il pregiudizio
La transizione è durata cinque anni. All’inizio i costi sono saliti del 20%. Nell’ultimo raccolto il risparmio sui fertilizzanti ha toccato il quarantasette.
Ogni anno abbiamo ridotto i chimici. Così abbiamo cambiato l’ecosistema, creando un ambiente conservativo e dipendendo meno da input esterni, racconta Marcelo Urtado, che rifiuta l’etichetta di biologico e preferisce chiamarla agricoltura conservativa e climaticamente intelligente.
Sui 54 ettari totali della proprietà, 40 sono dedicati al caffè, con piante di copertura almeno tre volte l’anno, una raccolta con macchinari che disturbano poco il suolo, il riuso dell’acqua, l’impollinazione assistita e l’energia solare.
Uno studio condotto con Imaflora sui dati 2017 e 2018, al secondo anno di attività, misurava un bilancio del carbonio negativo di 5,47 tonnellate per ettaro. Nel 2019 la stessa Imaflora collocava la fazenda nel cinque per cento delle aziende agricole più sostenibili al mondo. Anche negli anni di transizione abbiamo prodotto bene e abbiamo avuto profitto, dice il Sig. Urtado.
Chi in Italia liquida il rigenerativo come una scelta di immagine che costa, dovrebbe invece fermarsi su quei due numeri: 54 sacchi per ettaro contro i 30,6.
Altri esempi virtuosi di cambiamento
A Patrocínio la Fazenda Semente è gestita da Virgínia Coutinho Aguiar insieme ai figli José Lucas, Maria Vitória ed Eugênia. La famiglia coltiva caffè dal 1860, la prima piantagione qui è del 1988 e misurava 24 ettari. Oggi sono 226 ettari irrigati a 950 metri, con oltre un milione di piante.
Alla cooperativa, appesi al muro uno accanto all’altro, ho fotografato due attestati dell’undicesimo premio della Denominazione di Origine Cerrado Mineiro. Uno porta il nome di Maria Vitória Aguiar Siqueira, l’altro quello della sorella Eugênia. Stessa fazenda, stessa categoria, due sorelle in concorso ciascuna con il proprio nome. Poco dopo ho ritrovato Maria Vitória accovacciata sul terreiro, davanti al caffè in essiccazione.

Sempre a Patrocínio, AgroBeloni è alla terza generazione. Nel dicembre 2021 è diventata la prima azienda al mondo a ottenere la certificazione Regenagri per il caffè, dopo cinque anni di cambiamenti e circa un milione di real investiti tra biofabbrica e compostaggio. La qualità dei caffè speciali della Fazenda Santa Cruz la segue Elesandra Aparecida Machado Beloni.
A Ibiraci, alla Fazenda Nossa Senhora das Graças, la famiglia Peixoto coltiva dal 1920, e il fondatore è Nelson Alves Peixoto, conosciuto come l’ultimo barone del caffè di Franca. Oggi l’azienda è nelle mani delle figlie e dei generi.
A Ingaí, la Fazenda Três Porteiras di Maria Helena Brunelli nasce nel 1989 dalla scelta di una coppia che lascia São Paulo, lei medico e lui ingegnere. Il caffè arriva nel 2004.

Quattro aziende, quattro passaggi di consegne diversi. In tutte, chi ha preso in mano l’azienda ha cambiato qualcosa di sostanziale nel modo di produrre.
Il settanta e il venticinque
Secondo IWCA le donne sono circa il 70% della forza lavoro nelle piantagioni di caffè e circa il 25% ha un ruolo imprenditoriale nel settore produttivo. Ma in molti paesi non hanno accesso al diritto di proprietà sulla terra che lavorano.
Le due cifre dicono la stessa cosa da due lati. Le mani ci sono da sempre, le decisioni molto meno.
Quello che ho visto in Minas Gerais è la distanza tra i due numeri che si accorcia, e non per effetto di una campagna di sensibilizzazione. Si accorcia perché una generazione sta passando il testimone, e in molte famiglie il testimone finisce a una figlia.
Le cooperative se ne sono accorte prima di noi. Elas no Café nasce nel 2016 dentro Expocacer e ha formato oltre quattrocento donne lungo tutto il ciclo del caffè. Il Gruppo Cafeína nasce nel 2019 dentro Cocatrel, a Três Pontas, e conta 2.179 cooperate titolari di terreno, il 23,4% della base sociale.
La formula pesa più della cifra. Titolari di terreno significa proprietarie, non lavoratrici.
A Três Pontas il cupping l’ha condotto Raquel Vilela Miranda, della Fazenda Miranda. Un tavolo rotondo pieno di tazze e lei a condurre gli assaggi spiegando cosa cercare in ogni tazza.

Dove finisce quel caffè?
Il caffè di queste aziende non resta in Brasile, e in buona parte non passa dai torrefattori indipendenti.
Nel 2023 Valor International documentava la corsa delle multinazionali ai fornitori rigenerativi, spinta dal timore di restare senza materia prima. Nespresso dichiarava che il 75% dei suoi fornitori applicava pratiche rigenerative e puntava all’80%. Su 150 mila fornitori nel mondo, solo 1.300 sono in Brasile. Nestlé annunciava quaranta milioni di real in quattro anni. illycaffè lanciava la prima etichetta al mondo di Arabica interamente rigenerativa, con i chicchi di dodici tenute certificate Regenagri.
La Fazenda Três Meninas destina il quaranta per cento della sua produzione a Nespresso Brasile ed è fornitrice anche di illy.
Il lavoro di otto anni è loro. La biofabbrica è loro, il rischio della transizione anche, il calo di resa dei primi anni l’hanno pagato loro. Sullo scaffale, però, il nome che il consumatore legge è un altro, e la storia della sostenibilità la racconta chi ha comprato il risultato.
È il malcontento che ho sentito ripetere di tappa in tappa, con parole più dure delle mie. Chi si prende tutto il rischio si prende la fetta più piccola del guadagno, e vede la propria fatica diventare il materiale di comunicazione di qualcun altro.
Il vantaggio che ha solo chi è piccolo
Una multinazionale compra un volume e un certificato. Un torrefattore indipendente compra un lotto e sa da chi arriva. Può fare il nome della persona, raccontare la transizione, mettere in etichetta una biografia al posto di un aggettivo. È la sola cosa che un budget di comunicazione più grande non riesce a replicare.
In IWCA Italia lavoriamo su questo passaggio. Le buyer mission servono a mettere un compratore europeo dentro la piantagione, a fargli fare domande e a farlo tornare con un contatto diretto anziché un campione anonimo.
La quarta edizione del viaggio di formazione in Brasile è fissata dall’8 al 18 luglio 2027. In parallelo, in Italia, l’associazione porta avanti dal 2022 i corsi di formazione barista per donne uscite da situazioni di violenza, insieme ai centri antiviolenza del territorio. Con IWCA Brasil è in discussione un sigillo di tracciabilità per il caffè prodotto dalle donne, applicabile alle confezioni dopo la tostatura.

Chiedere il nome del produttore è importante
Nel profilo Instagram delle Três Meninas c’è una riga che vale più di parecchie dichiarazioni di sostenibilità: Nature is our shareholder – La natura è il nostro azionista.
Questa frase è stata scritta da una famiglia che ha comprato una piantagione moribonda perché in casa non lasciavano cambiare quella di famiglia, e che ha intestato l’azienda a due bambine che ancora non sanno di averla.
Un consiglio: quando comprate un lotto brasiliano, provate a chiedere al vostro fornitore chi lo ha coltivato. Se la risposta arriva, allora avete un vero fornitore. Se non arriva, quello che rimane è semplicemente un prezzo.
