La domanda sempre più attuale, rilanciata anche dalla stampa generalista è la seguente: “per quanto ancora potremmo permetterci un caffè “normale” prima che diventi un bene sempre più caro e instabile?”
Il coffee-harming heat
Uno studio climatico recente ha evidenziato il raggiungimento di una nuova soglia di temperatura, un fenomeno che nelle piantagioni di caffè molti produttori descrivono già come quotidiano: il caldo che supera i 30°C, ripetuto per troppi giorni all’anno, diventa un coffee-harming heat, un fenomeno di calore dannoso per la produzione. La soglia dei 30°C non è un numero scelto a caso ma è stato individuato quale limite oltre il quale lo stress termico diventa particolarmente critico per la coltivazione dell’Arabica, definita “estremamente” vulnerabile oltre quella temperatura, e comunque subottimale per la Robusta.

Se si guarda ai 5 paesi più importanti di produzione del caffè, ovvero Brasile, Vietnam, Colombia, Etiopia e Indonesia, che da soli coprono circa i tre quarti della produzione globale di caffè verde, ci si rende conto che il numero dei giorni nei quali la temperatura supera la soglia massima è di circa 57 giorni aggiuntivi l’anno.
Quando il caldo supera certi limiti e si accompagna a una grande quantità di luce intensa, la pianta tende a difendersi riducendo la traspirazione con la chiusura degli stomi, significando meno fotosintesi e meno energia disponibile da trasformare in resa produttiva e qualità del frutto. Nei casi peggiori aumentano la caduta delle foglie e in quelli “meno drammatici” la maturazione può accelerare riducendo l’accumulo di zuccheri e dei precursori aromatici, con effetti negativi diretti sulla qualità in tazza.
La pianta di caffè ha bisogno di un equilibrio molto stretto tra temperatura e quantità di piogge
Non basta infatti “non superare i 30°C”, ma serve anche una certa regolarità idrica. Ed è su questo punto che sposto l’attenzione in America Centrale, e in particolare in Honduras, dove è sempre più frequente il fenomeno delle piogge irregolari (anche “fuori stagione”) con periodi secchi più lunghi, nuove condizioni climatiche che cambiano i ritmi della pianta e anche quelli di parassiti e malattie.
Nel paese Centro Americano è un dato di fatto ormai che la riduzione della produzione sia arrivata a circa il 30% in alcune aree, con spostamento delle piantagioni verso altitudini maggiori per cercare microclimi più freschi. Questi dati non rimangono astratti quando si visita una piantagione e si parla direttamente sul campo con chi lavora ogni giorno tra le piante del caffè.

Las Capucas Sustainable Coffee Village
Nella valle di Las Capucas, sulle montagne della municipalità di San Pedro de Copán, la produzione di caffè è parte dell’identità comunitaria e si incrocia con un approccio agroecologico che Slow Food ha valorizzato attraverso la comunità “Las Capucas Sustainable Coffee Village”, legata alla Slow Food Coffee Coalition.
È in questo contesto che si inserisce Finca Rio Colorado, piantagione di cui sono socio, dove ho potuto osservare da vicino un effetto pratico del cambiamento climatico che, per un coltivatore, significa soprattutto diminuzione della produzione e incertezza del calendario.

Negli ultimi anni di produzione abbiamo percepito un leggero spostamento in avanti della stagione delle piogge e, allo stesso tempo, un allungamento della fase di siccità. Il problema non è solo “piove di più o di meno”, ma quando piove. Se le piogge interferiscono con la fase finale di maturazione, significa che non tutti i frutti arrivano al punto ottimale di maturazione, la raccolta selettiva diventa più lunga e complessa, e una parte delle ciliegie rischia di non arrivare a maturazione, con un impatto immediato sulla quantità raccolta e sulla qualità di tazza. Questo è particolarmente evidente a Las Capucas dove si punta a produrre un caffè di alto rango e dove non si raccoglie “tutto in una volta”: se le finestre climatiche si deformano, cresce il lavoro e il rischio di perdere i frutti maturi aumenta.
Qui il clima impatta anche il post-raccolta. Un’annata con piogge fuori ritmo o con periodi secchi prolungati modifica le rese e i tempi e le scelte di lavorazione: la gestione della fermentazione, l’efficacia dell’essiccazione, il rischio di rallentamenti nell’asciugatura possono portare velocemente alla presenza di difetti in tazza come la sovra-fermentazione.

Prezzi, investimenti e sostenibilità: il punto che riguarda il primo anello della filiera
Non tutti sanno che sono i piccoli produttori a rappresentare la spina dorsale della produzione del caffè a livello mondiale; sono circa l’80% dei produttori globali, eppure, nel 2021 hanno ricevuto solo lo 0,36% dei finanziamenti necessari per l’adattamento climatico. È una percentuale troppo piccola: se ci pensiamo bene chiediamo alla parte più vulnerabile della filiera di adattarsi a una crisi di proporzioni globali, con risorse minime e con un rischio imprenditoriale sempre crescente.
La direzione che stiamo prendendo nelle aree della nostra piantagione in Honduras riguarda l’aspetto dell’ombreggiamento e una migliore gestione agroforestale, con più attenzione al suolo e alle riserve d’acqua, più competenza agronomica, e – soprattutto – relazioni di filiera più stabili, capaci di sostenere investimenti che non si ripagano in una sola stagione di produzione.

La mia impressione, dopo aver lavorato sul campo in Finca Rio Colorado, è che nel futuro la variabile decisiva non sarà soltanto la temperatura media, ma l’irregolarità: piogge che arrivano quando non dovrebbero, siccità che dura di più, finestre agronomiche che si stringono. In questo scenario, l’unica risposta credibile è aumentare competenza e resilienza in origine, e smettere di considerare la tazzina come un bene che può rimanere sempre economico “per definizione”.
Se vogliamo continuare a bere caffè buono, la domanda non è “quanto costerà domani”, ma “quanto siamo disposti a pagarlo oggi”: il prezzo della tazzina deve definitivamente aumentare!
